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Responsabilità – penale – dell’Internet Service Providers

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Tribunale di Milano, I sez. civile, ordinanza 17 giugno 2020

In tema di responsabilità dell’hosting provider passivo per la mancata rimozione di contenuti manifestatamente illeciti (nel caso di specie, avente carattere diffamatorio) memorizzati sulla propria piattaforma, nella scelta dei rimedi esperibili per assicurare al ricorrente una tutela effettiva, il Tribunale di Milano, in questa ordinanza, ritiene che debba essere privilegiato il rimedio della rimozione definitiva dei contenuti. Per quanto concerne l’estensione territoriale a livello mondiale dell’ordine di rimozione, possibilità prevista dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea nella causa C-18/18 (cfr. in questo sito, topic privacy), il Tribunale evidenzia come il caso di specie non riguardi un illecito trattamento dei dati personali dell’interessato (come era invece il caso trattato dalla Corte di giustizia), ma un pregiudizio al diritto all’onore del ricorrente, e che dunque il rimedio della rimozione possa ritenersi idoneo a garantire una tutela effettiva senza necessità di estensione a tutto il mondo, bastando quella ai soli Stati Europei. L’imposizione di un ordine a livello mondiale in caso di informazioni lesive di diritti della personalità avrebbe infatti come conseguenza che l’accertamento del carattere illecito delle stesse esplichi effetti in altri Stati, che ben potrebbero, secondo le norme nazionali, ritenere invece leciti i contenuti oggetto di causa. Trattandosi di pregiudizio alla reputazione, la forte compressione della libertà di espressione conseguente ad un ordine di rimozione a livello mondiale richiederebbe, proprio per il delicato bilanciamento tra diritti fondamentali, in ossequio a principi costituzionali e sovranazionali, l’intervento dell’autorità giudiziaria e difficilmente sembra demandabile a società private, quali i motori di ricerca o i social network.

With regard to the liability of the hosting provider for the failure to remove manifestly unlawful content (in the present case, of a defamatory nature) stored on its platform, in the choice of remedies available to ensure the appellant effective protection, the Court of Milan, in this order, considers that priority should be given to the remedy of the definitive removal of content. With regard to the worldwide territorial extension of the removal order, a possibility provided for by the Court of Justice of the European Union in case C-18/18 (see in this website, topic privacy), the General Court points out that the case in question does not concern an unlawful processing of the personal data of the person concerned (as was the case dealt with by the Court of Justice), but a prejudice to the appellant’s right to honour, and that therefore the remedy of removal can be considered suitable to guarantee effective protection without the need to extend it to the whole world, with only European States being sufficient. The imposition of a worldwide order in the case of information infringing personality rights would mean that the assessment of the unlawful nature of the information would have effects in other States, which could well, according to national rules, consider the contents of the case to be lawful. Since it is a question of damage to reputation, the strong compression of the freedom of expression resulting from a worldwide removal order would require, precisely because of the delicate balance between fundamental rights, in accordance with constitutional and supranational principles, the intervention of judicial authorities and hardly seems to be left to private companies, such as search engines or social networks.

Unknown

Executive Order del Presidente degli Stati Uniti contro i social media, 28 maggio 2020

 Il Presidente degli Stati Uniti, il 28 maggio 2020, ha emesso un ordine esecutivo sulla “prevenzione della censura online”, che affronta la questione dell’immunità da responsabilità garantita alle piattaforme online dalla Sezione 230(c) del Communication Decency Act (47 U.S.C. § 230). Nato nell’ambito del delicato contrasto tra tutela del diritto alla libertà di manifestazione del pensiero online e azioni di rimozione dei contenuti illeciti da parte dei gestori dei grandi social media, questo provvedimento chiede alla Federal Communications Commission di elaborare una proposta di regolamentazione che chiarisca lo scopo e il contenuto interpretativo del regime di immunità disciplinato dalla summenzionata Sezione.

Seppur la forma e il contenuto del provvedimento del Presidente sia discutibile sotto diversi punti di vista (sia per la decisa valenza politica sia per gli interventi modificativi auspicati, che potrebbero portare ad una generica disincentivazione alla rimozione di contenuti illeciti, azione che la stessa Sezione 230 mira invece a tutelare), esso rappresenta l’occasione per riportare l’attenzione al complesso tema della content moderation e del regime di responsabilità dei c.d. “signori del web”, che si rivela bisognoso di essere aggiornato, soprattutto da parte della legislazione statunitense, ad esempio attraverso strumenti di soft law come quelli adottati già dall’Unione Europea (come il codice di condotta contro l’hate speech) nonché attraverso interventi in materia di anti-trust.

The President of the United States, on May 28, 2020, issued an executive order on “prevention of online censorship” which addresses the subject of immunity from liability granted to online platforms by Section 230(c) of the Communication Decency Act (47 U.S.C. § 230). Born within the delicate contrast between the protection of the right to freedom of expression of online thought and actions of removal of unlawful content by managers of social media, with this measure the Federal Communications Commission is requested to elaborate a regulatory proposal that clarifies the purpose and the interpretative content of the immunity regime provided by the mentioned Section.

Although the form and content of the President’s order are questionable from several points of view (both because of its strong political value and because of the suggested modifications, which could lead to a general disincentive to the removal of illegal content, an action that Section 230 itself aims to protect), it represents an opportunity to bring attention back to the complex issue of content moderation and the liability regime of the big tech company, which is in need of updating, especially by U.S. legislation, for example through soft law instruments such as those already adopted by the European Union (e.g. the code of conduct against hate speech) and anti-trust measures.

Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Terza Sezione, 3 ottobre 2019, C-18/18

L’art. 15 § 1 della direttiva 2000/31, interpretato alla luce dei considerando 41 e 47 della stessa direttiva, non osta a che un giudice di uno Stato membro possa ordinare a un prestatori di servizi di hosting di rimuovere o bloccare l’accesso a:

  • informazioni da esso memorizzate e il cui contenuto sia identico a quello di un’informazione precedentemente dichiarata illecita, qualunque sia l’autore della richiesta di memorizzazione di siffatte informazioni;
  • informazioni da esso memorizzate e il cui contenuto sia equivalente a quello di un’informazione precedentemente dichiarata illecita, dove con contenuto equivalente si intende un contenuto: (i) sostanzialmente invariato rispetto a quello che ha dato luogo all’accertamento d’illeceità; (ii) contenente gli elementi specificati nell’ingiunzione; (iii) con differenze nella formulazione rispetto a quella che caratterizza l’informazione precedentemente dichiarata illecita che non siano tali da costringere il prestatore di servizi di hosting ad effettuare una valutazione autonoma di tale contenuto, o
  • informazioni oggetto dell’ingiunzione a livello mondiale, nell’ambito del diritto internazionale pertinente.

Art. 15 § 1 of Directive 2000/31, interpreted in light of rectials 41 and 47 of the same Directive, does not preclude a court of a Member State from ordering a host provider to remove or to block access to:

  • information which it stores, the content of which is identical to the content of information which was previously declared to be unlawful, irrespective of who requested the storage of that information;
  • information which it stores, the content of which is equivalent to the content of information which was previously declared to be unlawful, where “equivalent content” means a content that: (i) remains essentially unchanged compared with the content which gave rise to the finding of illegality; (ii) contains the elements specified in the injunction; (iii) has differences in the wording of that equivalent content, compared with the wording characterising the information which was previously declared to be illegal, which are not such as to require the host provider to carry out an independent assessment of that content, or
  • information covered by the injunction worldwide within the framework of the relevant international law..

SCHEDA DI COMMENTO (cliccare qui)

Corte di Cassazione, sez. V penale, 20 marzo 2019 (ud. 8 novembre 2018), n. 12546/2019 – Pres. Maria Vessichelli, Rel. Grazia Miccoli

Il blogger che non elimina tempestivamente i commenti diffamatori postati dagli utenti, dopo aver appreso che sono stati pubblicati, li fa propri ponendo così in essere ulteriori condotte di divulgazione, per cui risponde personalmente del reato di diffamazione aggravata dal mezzo Internet, ex art. 595, comma 3, c.p.

The blogger who does not promptly eliminate the defamatory comments posted by users, after knowing that they have been published, makes them his own, thus putting in place further dissemination behaviours, for which he is personally responsible for the crime of defamation, pursuant to art. 595, paragraph 3, of the penal code.

Corte di Cassazione, sez. I civile, 19 marzo 2019 (ud. 21 febbraio 2019), n. 7708 – Pres. Francesco A. Genovese, Rel. Loredana Nazzicone

L’hosting provider attivo concorre nella commissione dell’illecito altrui, non potendo applicarsi allo stesso il regime di esenzioni da responsabilità delineato dal D.lgs. n. 70/2003. Nel caso in cui non abbia provveduto all’immediata rimozione dei contenuti illegali, egli sarà responsabile a tre condizioni, laddove: sia accertata una sua conoscenza legale – acquisibile in qualunque modo – della sussistenza dell’illecito; l’illiceità dell’altrui condotta sia individuabile adottando un grado di diligenza ragionevolmente esigibile da un operatore professionale della rete; gli sia possibile intervenire grazie ad una segnalazione del contenuto illecito sufficientemente precisa.

The active hosting provider contributes to the commission of others’ offense and the regime of liability’s exemptions outlined by the D.lgs. n. 70/2003 is not applicable in this case. When he has not immediately removed the illegal content, he shall be liable if: its legal knowledge – acquired in any way – of the offence’s existence is verified; the unlawfulness of others’ conduct is identifiable by adopting a reasonably degree of diligence required for a professional network operator; it is possible to intervene removing the illegal content thanks to a sufficiently precise notice.

Tribunale civile di Roma, sezione specializzata in materia di imprese, 15 febbraio 2019 (ud. 30 gennaio 2019), n. 3512, Pres. Pedrelli, Rel. Russo

Nel caso in cui l’hosting provider non abbia adottato tutte le misure ragionevolmente esigibili nel caso di specie per impedire la diffusione illecita di contenuti lesivi e non abbia quindi agito secondo la diligenza che può essere ragionevolmente richiesta allo stesso, deve concludersi per l’accertamento della responsabilità dell’intermediario a titolo di cooperazione colposa mediante omissione.

When the hosting provider has not taken all the reasonable measures in the concrete case in order to prevent the unlawful dissemination of harmful content and has therefore not acted according to the diligence that can reasonably be required to the provider itself, the intermediary has to be held liable for its negligent cooperation through omission.

Corte di Cassazione, sez. V penale, 11 gennaio 2019 (ud. 23 ottobre 2018), n. 1275 – Pres. Luca Pistorelli, Rel. Roberto Amatore

In tema di diffamazione, l’amministratore di un sito internet non è responsabile ai sensi dell’art. 57 c.p., in quanto tale norma è applicabile alle sole testate giornalistiche telematiche e non anche ai diversi mezzi informatici di manifestazione del pensiero (forum, blog, newsletter, newsgroup, mailing list, facebook).

In case of defamation, the administrator of a website is not liable according to art. 57 of the Italian criminal code, as this rule is applicable only to online newspapers and not to the various IT means of manifestation of thought (forums, blogs, newsletters, newsgroups, mailing lists, facebook).

Tribunale civile di Milano, sez. I, 05 settembre 2018 (ud. 04 settembre 2018), Giudice Martina Flamini

Il motore di ricerca non è responsabile del contenuto delle notizie riportate dai siti visualizzabili per effetto della ricerca e, di conseguenza, non risponde del contenuto, eventualmente diffamatorio, degli stessi.

The search engine is not liable for the content of the news reported in the sites which are displayed due to the research mechanism. Consequently, it is not liable for the content, possibly defamatory, made available on the same sites.

Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia d’impresa – A – ordinanza 11 giugno 2018, Giudice Silvia Giani

E’ compatibile con il divieto dell’obbligo generale di sorveglianza ex art. 17 D.Lgs. 70/2003, proporzionata e allo stesso tempo efficace, una misura che, a seguito di specifica segnalazione del titolare dei relativi diritti di proprietà intellettuale, ordini agli ISPs di impedire l’accesso ai medesimi contenuti già accertati illeciti a prescindere dal nome di dominio, che continua a mutare per deliberata e palesata volontà, dell’autore dell’illecito.

A measure, which follows a specific “notice” raised by the holder of the related intellectual property rights, ordering to the ISPs to prevent any access to the contents already found to be illicit regardless  of the domain name – which continues to change, due to the deliberate and revealed will of the author of the illicit – is compatible with the prohibition of the general surveillance obligation pursuant to art. 17 of Legislative Decree 70/2003, proportionate and at the same time effective.

Fra le  decisioni della Corte di Giustizia in materia, per lo più citate nell’ordinanza, reperibili al sito curia.eu, si segnalano CGUE C-324/09 (caso L’Oreal c. Ebay); C-70/10 (caso Scarlet Extended c. Sabam); C-314/12 (UPC Telekabel Wien GmbH c. Constantin Film Verleih GmbH e Wega Filmsproduktionsgesellschaft mbH).

Corte di Cassazione, sez. V penale, 22 marzo 2018 (ud. 11 dicembre 2017) n. 13398 – Pres. Carlo Zaza, Rel. Alfredo Guardiano

La testata giornalistica telematica, ontologicamente e funzionalmente assimilabile a quella tradizionale in formato cartaceo, rientra nella nozione di “stampa” di cui alla L. 8 febbraio 1948, n. 47, art. 1. (sul punto cfr. Cass., Sez. U., 29/1/2015, n. 31022). Essendo dunque applicabile al direttore della testata giornalistica online il regime di responsabilità ex art. 57 c.p., egli non potrà invocare quale causa di esclusione della responsabilità la circostanza che l’articolo contenente espressioni diffamatorie sia stato “postato” anonimamente, quando lo stesso articolo si presenta come contenuto redazionale e non come commento ab externo di un lettore.

The telematic newspaper, ontologically and functionally similar to the traditional paper-based one, has to be considered within the notion of “press” according to art. 1 L. February 8th, 1948, n. 47. Therefore, since the regime of criminal liability provided by art. 57 of the Italian criminal code is applicable also to director of online newspaper, he cannot invoke as an exemption of liability the fact that the article containing defamatory expressions was “posted” anonymously, when the same article appears as editorial content and not as a comment uploaded ab externo by a reader.

Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale europeo e al Comitato delle Regioni, Lotta ai contenuti illeciti online. Verso una maggiore responsabilizzazione delle piattaforme online – COM(2017) 555 final del 28.09.2017

Communication from the Commission to the European Parliament, the Council, the European economic and social Committee and the Committee of the Regions, Tackling Illegal Content Online. Towards an enhanced responsibility of online platforms

Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, 9 Marzo 2017, app. n. 74742/14, Rolf Anders Daniel Pihl v. Sweden

La Corte chiarisce che il gestore di un blog non può essere chiamato a rispondere per un commento diffamatorio pubblicato da un utente avvalendosi dell’anonimato, qualora, a seguito della segnalazione della persona offesa, abbia provveduto tempestivamente alla sua rimozione.

The Court underlined that the operator of a blog cannot be considered responsible for a defamatory comment posted by an anonymous person, if he has promptly removed it immediately after the right holder’s request.

Corte di Cassazione, sez. V penale, 27 dicembre 2016 (ud. 14 luglio 2016), n. 54946/2016 – Pres. Grazia Lapalorcia, Est. Carlo Zaza

La Corte di Cassazione condanna il gestore di un sito per concorso nel reato di diffamazione. Per la prima volta la Corte riconosce che il mantenere consapevolmente sul proprio sito un commento diffamatorio inserito da un terzo, consente al contenuto di esercitare la propria efficacia diffamatoria, costituendo quindi contributo rilevante ai sensi dell’art. 110 c.p.

The Supreme Court recognizes the responsibility of the website manager for complicity in defamation. For the first time the Court recognizes that the consciously keeping on its website of a libellous comment posted by a third party, allows the content to exercise its defamatory effectiveness, thus representing contribution pursuant as per art. 110 c.p.

Corte di Cassazione, sez. III penale, 3 febbraio 2014 (ud. 17 dicembre 2013) n. 5107/2014 – Pres. Saverio Mannino, Est. Alessandro Andronio

Esclusa la responsabilità penale di Google per violazione di dati personali attraverso materiale multimediale immesso da terzi. Il processo ha inizio nel 2006 con la pubblicazione su Google Video di un video che mostra alcuni ragazzini in un edificio scolastico umiliare un compagno affetto dalla sindrome di Down e insultare l’associazione. Il video in questione viene rimosso due mesi dopo, in seguito a numerose segnalazioni degli utenti e all’intervento della polizia postale. Tre manager di Google vengono imputati dei reati di cui agli artt. 40 cpv. e 595 c.p., per omesso impedimento del delitto di diffamazione nei confronti del minore e dell’associazione, e di cui all’art. 167 d.lgs. 196/2003, per trattamento illecito dei dati personali riguardanti lo stato di salute del ragazzo.

Corte d’appello di Milano, sez. spec. in materia d’impresa, sent. 29/2015, in riforma della sent. del Tribunale di Milano n. 10893/2011 – Pres. Giuseppe Patrone, Est. Francesco Fiecconi

Esclusa la possibilità di creare una categoria di intermediari atipici cd. “host attivi” che,  per la modalità di gestione dei contenuti offerti dagli utenti, ad esempio attraverso indicizzazione automatica, non dovrebbe essere assimilata nè agli hosting providers puri nè ai content providers, e comunque resterebbe estranea alla disciplina de d.lgs. n. 70/2003.

Corte di Cassazione, sez. V penale, 29 novembre 2011 (ud. 28 ottobre 2011), n. 44126/2011 – Pres. Aldo Grassi, Est. Paolo Giovanni Demarchi Albengo

Non può configurarsi il reato commesso con il mezzo della stampa a carico del direttore di un periodico on-line in quanto, data la natura del mezzo stesso, è impossibile, per il direttore della testata on-line, impedire la pubblicazione di commenti diffamatori da parte dei lettori che vengono automaticamente pubblicati, senza possibilità di alcun filtro preventivo.

References:

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