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Responsabilità – penale – dell’Internet Service Providers

Tribunale di Milano, sezione specializzata in materia d’impresa – A – ordinanza 11 giugno 2018, Giudice Silvia Giani

E’ compatibile con il divieto dell’obbligo generale di sorveglianza ex art. 17 D.Lgs. 70/2003, proporzionata e allo stesso tempo efficace, una misura che, a seguito di specifica segnalazione del titolare dei relativi diritti di proprietà intellettuale, ordini agli ISPs di impedire l’accesso ai medesimi contenuti già accertati illeciti a prescindere dal nome di dominio, che continua a mutare per deliberata e palesata volontà, dell’autore dell’illecito.

A measure, which follows a specific “notice” raised by the holder of the related intellectual property rights, ordering to the ISPs to prevent any access to the contents already found to be illicit regardless  of the domain name – which continues to change, due to the deliberate and revealed will of the author of the illicit – is compatible with the prohibition of the general surveillance obligation pursuant to art. 17 of Legislative Decree 70/2003, proportionate and at the same time effective.

Fra le  decisioni della Corte di Giustizia in materia, per lo più citate nell’ordinanza, reperibili al sito curia.eu, si segnalano CGUE C-324/09 (caso L’Oreal c. Ebay); C-70/10 (caso Scarlet Extended c. Sabam); C-314/12 (UPC Telekabel Wien GmbH c. Constantin Film Verleih GmbH e Wega Filmsproduktionsgesellschaft mbH).

Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, 9 Marzo 2017, app. n. 74742/14, Rolf Anders Daniel Pihl v. Sweden

La Corte chiarisce che il gestore di un blog non può essere chiamato a rispondere per un commento diffamatorio pubblicato da un utente avvalendosi dell’anonimato, qualora, a seguito della segnalazione della persona offesa, abbia provveduto tempestivamente alla sua rimozione.

The Court underlined that the operator of a blog cannot be considered responsible for a defamatory comment posted by an anonymous person, if he has promptly removed it immediately after the right holder’s request.

Corte di Cassazione, sez. V penale, 27 dicembre 2016 (ud. 14 luglio 2016), n. 54946/2016 – Pres. Grazia Lapalorcia, Est. Carlo Zaza

La Corte di Cassazione condanna il gestore di un sito per concorso nel reato di diffamazione. Per la prima volta la Corte riconosce che il mantenere consapevolmente sul proprio sito un commento diffamatorio inserito da un terzo, consente al contenuto di esercitare la propria efficacia diffamatoria, costituendo quindi contributo rilevante ai sensi dell’art. 110 c.p.

The Supreme Court recognizes the responsibility of the website manager for complicity in defamation. For the first time the Court recognizes that the consciously keeping on its website of a libellous comment posted by a third party, allows the content to exercise its defamatory effectiveness, thus representing contribution pursuant as per art. 110 c.p.

Corte di Cassazione, sez. III penale, 3 febbraio 2014 (ud. 17 dicembre 2013) n. 5107/2014 – Pres. Saverio Mannino, Est. Alessandro Andronio

Esclusa la responsabilità penale di Google per violazione di dati personali da parte di materiale multimediale immesso da terzi. Il processo ha inizio nel 2006 con la pubblicazione su Google Video di un video che mostra alcuni ragazzini in un edificio scolastico umiliare un compagno affetto dalla sindrome di Down e insultare l’associazione. Il video in questione viene rimosso due mesi dopo, in seguito a numerose segnalazioni degli utenti e all’intervento della polizia postale. Tre manager di Google vengono imputati dei reati di cui agli artt. 40 cpv. e 595 c.p., per omesso impedimento del delitto di diffamazione nei confronti del minore e dell’associazione, e di cui all’art. 167 d.lgs. 196/2003, per trattamento illecito dei dati personali riguardanti lo stato di salute del ragazzo. In primo grado il Tribunale di Milano(1) ha assolto i manager dal concorso omissivo nel delitto di diffamazione, data l’inesistenza di un obbligo per i providers di prevenire i reati dei propri utenti nonché l’impossibilità tecnica di un tale controllo, mentre ha ritenuto integrato il reato di illecito trattamento dei dati, in quanto Google non ha preventivamente avvisato i propri utenti riguardo agli obblighi previsti in materia di dati sensibili secondo il disposto di cui all’art. 13 del Codice privacy. In sede di gravame, la Corte d’Appello di Milano(2), ha confermato l’assenza dell’obbligo giuridico in capo a Google di impedire eventuali reati da parte dei propri utenti, ed ha annullato la condanna per la seconda accusa sostenendo che, nell’attività di offerta di servizi di upload, il provider non “tratta dati” e può ben beneficiare delle limitazioni di responsabilità previste dagli artt. 16 e 17 del d.lgs. 70/2003. Secondo la Corte, inoltre, alcun dovere potrebbe trarsi dal combinato disposto dell’art. 167 con l’art. 13 del Codice privacy, alla cui violazione è per lo più connessa una mera sanzione amministrativa ex art. 161. Infine la Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi sulla questione, ribadendo l’assenza di una previsione normativa che imponga all’host provider un generale obbligo di impedire condotte illecite degli utenti, ha negato la possibilità di riconoscere in capo a Google un effettivo trattamento dei dati contenuti nel video caricato, dato che nella figura tipizzata del “titolare del trattamento dati” non può essere ricompreso qualsiasi soggetto che materialmente svolge l’attività stessa ma solo colui che ne determina gli scopi, i modi ed i mezzi. Nel caso di specie quindi si è riconosciuto al provider la possibilità di godere dei safe harbours fissati nella direttiva e-Commerce, essendosi limitato a memorizzare contenuti senza intervenire in alcun modo su essi ed avendo provveduto alla loro rimozione non appena avvisato dall’autorità circa la loro illiceità.

Corte d’appello di Milano, sez. spec. in materia d’impresa, sent. 29/2015, in riforma della sent. del Tribunale di Milano n. 10893/2011 – Pres. Giuseppe Patrone, Est. Francesco Fiecconi

Esclusa la possibilità di creare una categoria di intermediari atipici che, proprio per la modalità di gestione dei contenuti offerti dagli utenti, ad esempio attraverso indicizzazione automatica, non dovrebbe essere assimilata nè agli hosting providers puri nè ai content providers, e comunque resterebbe estranea alla disciplina de d.lgs. n. 70/2003.

Si tratta di una decisione destinata a fare giurisprudenza avendo stabilito con forza che l’offerta da parte dell’hoster di funzionalità accessorie non può escludere l’applicabilità del regime di limitazione della responsabilità del d.lgs. 70/2003.

La pronuncia in esame si uniforma all’orientamento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che è incline ad escludere l’ammissibilità di un hosting provider di natura ibrida ed a ritenere l’intermediario responsabile dei contenuti pubblicati solamente ove, ricevuta una segnalazione qualificata, puntuale e circoscritta, non si sia adoperato per porre fine alla violazione (V. CGU, C-236/08, C-238/08 (caso Google c. Louis Vuitton); C-324/09 (caso L’Oreal c. Ebay); C-70/10 (caso Scarlet Extended c. Sabam); C- 360/10 (caso Sabam c. Netlog); C-314/12 (UPC Telekabel Wien GmbH c. Constantin Film Verleih GmbH e Wega Filmsproduktionsgesellschaft mbH).

Purchè l’hoster non partecipi all’elaborazione dei contenuti, trasformandosi in un vero e proprio content provider, la disapplicazione delle tutele previste nella direttiva e-Commerce non risulterebbe legittima, essendo errata l’individuazione di una sottocategoria di provider definibili come “attivi” in virtù della complessità dei servizi offerti o del particolare interesse del gestore a conseguire vantaggi economici.

Corte di Cassazione, sez. V penale, 29 novembre 2011 (ud. 28 ottobre 2011), n. 44126/2011 – Pres. Aldo Grassi, Est. Paolo Giovanni Demarchi Albengo

Non può configurarsi il reato commesso con il mezzo della stampa a carico del direttore di un periodico on-line in quanto, data la natura del mezzo stesso, è impossibile, per il direttore della testata on-line, impedire la pubblicazione di commenti diffamatori da parte dei lettori che vengono automaticamente pubblicati, senza possibilità di alcun filtro preventivo: «D’altronde, non vi è solamente una diversità strutturale tra i due mezzi di comunicazione (carta stampata e Internet), ma altresì la impossibilità per il direttore della testata di impedire la pubblicazione di commenti diffamatori, il che rende evidente che la norma contenuta nell’articolo 57 del codice penale non è stata pensata per queste situazioni, perché costringerebbe il direttore ad una attività impossibile, ovvero lo punirebbe automaticamente ed oggettivamente, senza dargli la possibilità di tenere una condotta lecita. E di ciò si rende conto anche la sentenza impugnata, laddove afferma che – non essendo possibile una censura preventiva, e dunque, non potendo “…imputarsi al direttore responsabile l’omesso controllo di ciò che, fino a quel momento, non poteva sapere venisse pubblicato…” – la H. avrebbe dovuto svolgere una verifica successiva delle inserzioni già avvenute, espungendo quelle a contenuto diffamatorio. Così facendo, però, il giudice di appello ha indebitamente modificato la fattispecie normativa prevista dall’articolo 57 del codice penale, sanzionando una condotta diversa da quella tipizzata dal legislatore».

References:

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SEMINARA S., La responsabilità penale degli operatori su Internet, in Diritto dell’Informazione e dell’Informatica, 1998, p. 745 ss.

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ZENO-ZENCOVICH V., Note critiche sulla nuova disciplina del commercio elettronico dettata dal d.lgs. 70/03, in Il Diritto dell’Informazione e dell’Informatica, n. 3/2003, p. 505 ss.

MANNA A., I soggetti in posizione di garanzia, in Il Diritto dell’Informazione e dell’Informatica, 2010, p. 779 ss.

LUPARIA L. (a cura di), Internet provider e giustizia penale. Modelli di responsabilità e forme di collaborazione processuale, Milano, 2012.

PICOTTI L., RUGGIERI F. (a cura di), Nuove tendenze della giustizia penale di fronte alla criminalità informatica, Milano, 2012.

FLOR R., Social Networks e violazioni penali dei diritti d’autore. Quali prospettive per la responsabilità del fornitore del servizio?, in Rivista trimestrale di diritto penale dell’economia, n. 3/2012 , p. 647 ss.

POLLICINO O., Internet nella giurisprudenza delle Corti europee: prove di dialogo?, in forumcostituzionale.it, 31 Dicembre 2013.

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