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Internet Service Providers (Criminal) Liability

European Court of Human Rights 9 March 2017 Application n. 74742/14, Rolf Anders Daniel Pihl against Sweden

La Corte chiarisce che il gestore di un blog non può essere chiamato a rispondere per un commento diffamatorio pubblicato da un utente avvalendosi dell’anonimato, qualora, a seguito della segnalazione della persona offesa, abbia provveduto tempestivamente alla sua rimozione.

The Court underlined that the operator of a blog cannot be considered responsible for a defamatory comment posted by an anonymous person, if he has promptly removed it immediately after the right holder’s request.

Corte di Cassazione Penale, sez. V, n. 54946/2016, 27 dicembre 2016 – Pres. Lapalorcia; Rel. Zaza

La Corte di Cassazione condanna il gestore di un sito per concorso nel reato di diffamazione. Per la prima volta la Corte riconosce che il mantenere consapevolmente sul proprio sito un commento diffamatorio inserito da un terzo, consente al contenuto di esercitare la propria efficacia diffamatoria, costituendo quindi contributo rilevante ai sensi dell’art. 110 c.p.

The Supreme Court recognizes the responsibility of the website manager for complicity in defamation. For the first time the Court recognizes that the consciously keeping on its website of a libellous comment posted by a third party, allows the content to exercise its defamatory effectiveness, thus representing contribution pursuant as per art. 110 c.p.

 

Cass., 17.12.2013 n. 5107 – Pres. Mannino, Rel. Andronio.

Esclusa la responsabilità penale di Google per violazione di dati personali da parte di materiale multimediale immesso da terzi. Il processo ha inizio nel 2006 con la pubblicazione su Google Video di un video che mostra alcuni ragazzini in un edificio scolastico umiliare un compagno affetto dalla sindrome di Down e insultare l’associazione. Il video in questione viene rimosso due mesi dopo, in seguito a numerose segnalazioni degli utenti e all’intervento della polizia postale. Tre manager di Google vengono imputati dei reati di cui agli artt. 40 cpv. e 595 c.p., per omesso impedimento del delitto di diffamazione nei confronti del minore e dell’associazione, e di cui all’art. 167 d.lgs. 196/2003, per trattamento illecito dei dati personali riguardanti lo stato di salute del ragazzo. In primo grado il Tribunale di Milano(1) ha assolto i manager dal concorso omissivo nel delitto di diffamazione, data l’inesistenza di un obbligo per i providers di prevenire i reati dei propri utenti nonché l’impossibilità tecnica di un tale controllo, mentre ha ritenuto integrato il reato di illecito trattamento dei dati, in quanto Google non ha preventivamente avvisato i propri utenti riguardo agli obblighi previsti in materia di dati sensibili secondo il disposto di cui all’art. 13 del Codice privacy. In sede di gravame, la Corte d’Appello di Milano(2), ha confermato l’assenza dell’obbligo giuridico in capo a Google di impedire eventuali reati da parte dei propri utenti, ed ha annullato la condanna per la seconda accusa sostenendo che, nell’attività di offerta di servizi di upload, il provider non “tratta dati” e può ben beneficiare delle limitazioni di responsabilità previste dagli artt. 16 e 17 del d.lgs. 70/2003. Secondo la Corte, inoltre, alcun dovere potrebbe trarsi dal combinato disposto dell’art. 167 con l’art. 13 del Codice privacy, alla cui violazione è per lo più connessa una mera sanzione amministrativa ex art. 161. Infine la Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi sulla questione, ribadendo l’assenza di una previsione normativa che imponga all’host provider un generale obbligo di impedire condotte illecite degli utenti, ha negato la possibilità di riconoscere in capo a Google un effettivo trattamento dei dati contenuti nel video caricato, dato che nella figura tipizzata del “titolare del trattamento dati” non può essere ricompreso qualsiasi soggetto che materialmente svolge l’attività stessa ma solo colui che ne determina gli scopi, i modi ed i mezzi. Nel caso di specie quindi si è riconosciuto al provider la possibilità di godere dei safe harbours fissati nella direttiva e-Commerce, essendosi limitato a memorizzare contenuti senza intervenire in alcun modo su essi ed avendo provveduto alla loro rimozione non appena avvisato dall’autorità circa la loro illiceità.

 

Corte d’appello di Milano, sez. spec. in materia d’impresa, sent. 29/2015, in riforma della sent. del Tribunale di Milano n. 10893/2011 – Pres. Patrone, Est. Fiecconi

Esclusa la possibilità di creare una categoria di intermediari atipici che, proprio per la modalità di gestione dei contenuti offerti dagli utenti, ad esempio attraverso indicizzazione automatica, non dovrebbe essere assimilata nè agli hosting providers puri nè ai content providers, e comunque resterebbe estranea alla disciplina de d.lgs. n. 70/2003.

Si tratta di una decisione destinata a fare giurisprudenza avendo stabilito con forza che l’offerta da parte dell’hoster di funzionalità accessorie non può escludere l’applicabilità del regime di limitazione della responsabilità del d.lgs. 70/2003.

La pronuncia in esame si uniforma all’orientamento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che è incline ad escludere l’ammissibilità di un hosting provider di natura ibrida ed a ritenere l’intermediario responsabile dei contenuti pubblicati solamente ove, ricevuta una segnalazione qualificata, puntuale e circoscritta, non si sia adoperato per porre fine alla violazione (V. CGU, C-236/08, C-238/08 (caso Google c. Louis Vuitton); C-328/09 (caso L’Oreal c. Ebay); C-70/10 (caso Scarlet Extended c. Sabam); C- 360/10 (caso Sabam c. Netlog); C-314/12 (UPC Telekabel Wien GmbH c. Constantin Film Verleih GmbH e Wega Filmsproduktionsgesellschaft mbH).

Purchè l’hoster non partecipi all’elaborazione dei contenuti, trasformandosi in un vero e proprio content provider, la disapplicazione delle tutele previste nella direttiva e-Commerce non risulterebbe legittima, essendo errata l’individuazione di una sottocategoria di provider definibili come “attivi” in virtù della complessità dei servizi offerti o del particolare interesse del gestore a conseguire vantaggi economici.

 

Cass., 16.07.2010, n. 35511 – Pres. Grassi, Rel. Demarchi Albengo

La Corte, dopo aver ribadito che, per la sostanziale diversità tecnica tra le pubblicazioni cartacee e quelle effettuate in via telematica, è inammissibile l’estensione alle seconde della disciplina penale prevista per le prime, ha escluso fermamente l’eventuale rilevanza della registrazione della pubblicazione telematica ai fini dell’applicabilità di quanto disposto all’art. 57 c.p..

Il caso esaminato dalla Corte riguarda un commento anonimo diffamatorio inserito in una sezione dedicata agli interventi di una rivista on-line regolarmente registrata. Il direttore di quest’ultima è stato citato in giudizio, per omesso controllo ex art. 57 c.p., e condannato sia in primo che in secondo grado. La Cassazione infine ha annullato la sentenza impugnata perché il fatto contestato non è previsto dalla legge come reato.

Cass., 29.11.2011, n. 44126 – Pres. Grassi, Rel. Demarchi Albengo

Non può configurarsi il reato commesso con il mezzo della stampa a carico del direttore di un periodico on-line in quanto, data la natura del mezzo stesso, è impossibile, per il direttore della testata on-line, impedire la pubblicazione di commenti diffamatori da parte dei lettori che vengono automaticamente pubblicati, senza possibilità di alcun filtro preventivo: «D’altronde, non vi è solamente una diversità strutturale tra i due mezzi di comunicazione (carta stampata e Internet), ma altresì la impossibilità per il direttore della testata di impedire la pubblicazione di commenti diffamatori, il che rende evidente che la norma contenuta nell’articolo 57 del codice penale non è stata pensata per queste situazioni, perché costringerebbe il direttore ad una attività impossibile, ovvero lo punirebbe automaticamente ed oggettivamente, senza dargli la possibilità di tenere una condotta lecita. E di ciò si rende conto anche la sentenza impugnata, laddove afferma che – non essendo possibile una censura preventiva, e dunque, non potendo “…imputarsi al direttore responsabile l’omesso controllo di ciò che, fino a quel momento, non poteva sapere venisse pubblicato…” – la H. avrebbe dovuto svolgere una verifica successiva delle inserzioni già avvenute, espungendo quelle a contenuto diffamatorio. Così facendo, però, il giudice di appello ha indebitamente modificato la fattispecie normativa prevista dall’articolo 57 del codice penale, sanzionando una condotta diversa da quella tipizzata dal legislatore».

Corte europea dei diritti dell’uomo, 5.05.2011, n. 33014/05, Editorial Board of Pravoye Delo e Shtekel c. Ucraina

«The Internet is an information and communication tool particularly distinct from the printed media, especially as regards the capacity to store and transmit information. The electronic network, serving billions of users world-wide, is not and potentially will never be subject to the same regulations and control. The risk of harm posed by content and communications on the Internet to the exercise and enjoyment of human rights and freedoms, particularly the right to respect for private life, is certainly higher than that posed by the press. Therefore, the policies governing reproduction of material from the printed media and the Internet may differ. The latter undeniably have to be adjusted according to technology’s specific features in order to secure the protection and promotion of the rights and freedoms concerned».

La Corte per tale motivo non ha interpretato estensivamente le norme che in base al Press Act in vigore in Ucraina disciplinavano l’esonero dei giornalisti dalla responsabilità civile nel caso di riproduzione letterale di materiale pubblicato su stampa.

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