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Internet Service Providers (Criminal) Liability

Cass., S.U., n. 31022/15 – Pres. Santacroce, Rel. Milo:

Secondo la Corte il giornale on-line al pari di quello cartaceo non può essere oggetto di sequestro preventivo, eccettuato i casi previsti dalla legge, dato che rientrando entrambi nel concetto ampio di “stampa”, la diversità di disciplina comporterebbe un’indebita violazione del principio di uguaglianza sostanziale di cui all’art. 3 Cost..

In commento v. Melzi D’eril C., Vigevani G. E., Tra carta e online parificazione assai discutibile, in medialaws.eu, 30 Luglio 2015.

Cass., 17.12.2013 n. 5107 – Pres. Mannino, Rel. Andronio.

Esclusa la responsabilità penale di Google per violazione di dati personali da parte di materiale multimediale immesso da terzi. Il processo ha inizio nel 2006 con la pubblicazione su Google Video di un video che mostra alcuni ragazzini in un edificio scolastico umiliare un compagno affetto dalla sindrome di Down e insultare l’associazione. Il video in questione viene rimosso due mesi dopo, in seguito a numerose segnalazioni degli utenti e all’intervento della polizia postale. Tre manager di Google vengono imputati dei reati di cui agli artt. 40 cpv. e 595 c.p., per omesso impedimento del delitto di diffamazione nei confronti del minore e dell’associazione, e di cui all’art. 167 d.lgs. 196/2003, per trattamento illecito dei dati personali riguardanti lo stato di salute del ragazzo. In primo grado il Tribunale di Milano(1) ha assolto i manager dal concorso omissivo nel delitto di diffamazione, data l’inesistenza di un obbligo per i providers di prevenire i reati dei propri utenti nonché l’impossibilità tecnica di un tale controllo, mentre ha ritenuto integrato il reato di illecito trattamento dei dati, in quanto Google non ha preventivamente avvisato i propri utenti riguardo agli obblighi previsti in materia di dati sensibili secondo il disposto di cui all’art. 13 del Codice privacy. In sede di gravame, la Corte d’Appello di Milano(2), ha confermato l’assenza dell’obbligo giuridico in capo a Google di impedire eventuali reati da parte dei propri utenti, ed ha annullato la condanna per la seconda accusa sostenendo che, nell’attività di offerta di servizi di upload, il provider non “tratta dati” e può ben beneficiare delle limitazioni di responsabilità previste dagli artt. 16 e 17 del d.lgs. 70/2003. Secondo la Corte, inoltre, alcun dovere potrebbe trarsi dal combinato disposto dell’art. 167 con l’art. 13 del Codice privacy, alla cui violazione è per lo più connessa una mera sanzione amministrativa ex art. 161. Infine la Suprema Corte, chiamata a pronunciarsi sulla questione, ribadendo l’assenza di una previsione normativa che imponga all’host provider un generale obbligo di impedire condotte illecite degli utenti, ha negato la possibilità di riconoscere in capo a Google un effettivo trattamento dei dati contenuti nel video caricato, dato che nella figura tipizzata del “titolare del trattamento dati” non può essere ricompreso qualsiasi soggetto che materialmente svolge l’attività stessa ma solo colui che ne determina gli scopi, i modi ed i mezzi. Nel caso di specie quindi si è riconosciuto al provider la possibilità di godere dei safe harbours fissati nella direttiva e-Commerce, essendosi limitato a memorizzare contenuti senza intervenire in alcun modo su essi ed avendo provveduto alla loro rimozione non appena avvisato dall’autorità circa la loro illiceità.

Corte d’Appello di Milano, sent. 27 febbraio 2013, n. 8611 con nota di Bassoli E., Esclusa la responsabilità penale di Google per violazione di dati personali da parte di materiale multimediale immesso da terzi, in Rivista penale, n. 5/2013, p. 558 ss.; Resta F., Libertà della rete e protezione dei dati personali: ancora sul caso Google-Vivi Down, in Il Diritto dell’Informazione e dell’Informatica, 2013, p. 502 ss.; Ingrassia A., La Corte d’Appello assolve i manager di Google anche dall’accusa di illecito trattamento dei dati personali, in penalecontemporaneo.it, 4 Marzo 2013.

Tribunale di Milano, sent. 12 aprile  2010, n. 1972 con nota di Rossello C., Riflessioni de jure condendo in materia di responsabilità del provider, in Il Diritto dell’Informazione e dell’Informatica, 2010, p. 617 ss.; Pezzella V., Google Italia, diffamazione e riservatezza: il difficile compito del provider (e del giudice), in Giurisprudenza di merito, n. 9/2010, p. 2232 ss.; Cajani F., Quella Casa nella Prateria: gli Internet Service Providers americani alla prova del caso Google Video, in Picotti L., Ruggieri F. (a cura di), Nuove tendenze della giustizia penale di fronte alla criminalità informatica, Milano, 2012, p. 223 ss.

Corte d’appello di Milano, sez. spec. in materia d’impresa, sent. 29/2015, in riforma della sent. del Tribunale di Milano n. 10893/2011 – Pres. Patrone, Est. Fiecconi: Esclusa la possibilità di creare una categoria di intermediari atipici che, proprio per la modalità di gestione dei contenuti offerti dagli utenti, ad esempio attraverso indicizzazione automatica, non dovrebbe essere assimilata nè agli hosting providers puri nè ai content providers, e comunque resterebbe estranea alla disciplina de d.lgs. n. 70/2003. Si tratta di una decisione destinata a fare giurisprudenza avendo stabilito con forza che l’offerta da parte dell’hoster di funzionalità accessorie non può escludere l’applicabilità del regime di limitazione della responsabilità del d.lgs. 70/2003. La pronuncia in esame si uniforma all’orientamento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che è incline ad escludere l’ammissibilità di un hosting provider di natura ibrida ed a ritenere l’intermediario responsabile dei contenuti pubblicati solamente ove, ricevuta una segnalazione qualificata, puntuale e circoscritta, non si sia adoperato per porre fine alla violazione.

Cass., 16.07.2010, n. 35511 – Pres. Grassi, Rel. Demarchi Albengo:

La Corte, dopo aver ribadito che, per la sostanziale diversità tecnica tra le pubblicazioni cartacee e quelle effettuate in via telematica, è inammissibile l’estensione alle seconde della disciplina penale prevista per le prime, ha escluso fermamente l’eventuale rilevanza della registrazione della pubblicazione telematica ai fini dell’applicabilità di quanto disposto all’art. 57 c.p..

Il caso esaminato dalla Corte riguarda un commento anonimo diffamatorio inserito in una sezione dedicata agli interventi di una rivista on-line regolarmente registrata. Il direttore di quest’ultima è stato citato in giudizio, per omesso controllo ex art. 57 c.p., e condannato sia in primo che in secondo grado. La Cassazione infine ha annullato la sentenza impugnata perché il fatto contestato non è previsto dalla legge come reato.

A commento della sentenza cfr. Turchetti S., L’art. 57 c.p. non è applicabile al direttore del periodico online, in penalecontemporaneo.it, 17 Novembre 2010; Melzi D’eril C., Roma Locuta: la Cassazione esclude l’applicabilità dell’art. 57 c.p. al direttore della testate giornalistica on line, in Il Diritto dell’Informazione e dell’Informatica, n. 6/2010, p. 895 ss.; Id., La complessa individuazione dei limiti alla manifestazione del pensiero in Internet, in Il Diritto dell’Informazione e dell’Informatica, n. 4-5/2011, p. 571 ss.; Bevere A., Zeno-Zencovich V., La rete e il diritto sanzionatorio: una visione d’insieme, in Il Diritto dell’Informazione e dell’Informatica, n. 3/2011, p. 375 ss.; Betzu M., Anonimato e responsabilità in internet, in costituzionalismo.it, n. 2/2011, 6 Ottobre 2011; Diotallevi L., Internet e Social Network tra “fisiologia” costituzionale e “patologia applicativa”, in Giurisprudenza di merito, n. 12/2012, p. 2507 ss..

Cass., 29.11.2011, n. 44126 – Pres. Grassi, Rel. Demarchi Albengo:

Non può configurarsi il reato commesso con il mezzo della stampa a carico del direttore di un periodico on-line in quanto, data la natura del mezzo stesso, è impossibile, per il direttore della testata on-line, impedire la pubblicazione di commenti diffamatori da parte dei lettori che vengono automaticamente pubblicati, senza possibilità di alcun filtro preventivo: «D’altronde, non vi è solamente una diversità strutturale tra i due mezzi di comunicazione (carta stampata e Internet), ma altresì la impossibilità per il direttore della testata di impedire la pubblicazione di commenti diffamatori, il che rende evidente che la norma contenuta nell’articolo 57 del codice penale non è stata pensata per queste situazioni, perché costringerebbe il direttore ad una attività impossibile, ovvero lo punirebbe automaticamente ed oggettivamente, senza dargli la possibilità di tenere una condotta lecita. E di ciò si rende conto anche la sentenza impugnata, laddove afferma che – non essendo possibile una censura preventiva, e dunque, non potendo “…imputarsi al direttore responsabile l’omesso controllo di ciò che, fino a quel momento, non poteva sapere venisse pubblicato…” – la H. avrebbe dovuto svolgere una verifica successiva delle inserzioni già avvenute, espungendo quelle a contenuto diffamatorio. Così facendo, però, il giudice di appello ha indebitamente modificato la fattispecie normativa prevista dall’articolo 57 del codice penale, sanzionando una condotta diversa da quella tipizzata dal legislatore».

A commento della sentenza cfr. Vigevani G. E., La «sentenza figlia» sul direttore del giornale telematico: il caso Hamaui, in Il Diritto dell’Informazione e dell’Informatica, n. 6/2011, p. 798 ss.; Turchetti S., Un secondo “alt” della Cassazione all’applicazione dell’art. 57 c.p. al direttore del periodico on line, in penalecontemporaneo.it, 16 Dicembre 2011; Corrias Lucente. G., Al direttore responsabile di un periodico on line non si applica il reato previsto dall’art. 57 del codice, in Il Diritto dell’Informazione e dell’Informatica, n. 1/2012, p. 82 ss..

Corte europea dei diritti dell’uomo, 5.05.2011, n. 33014/05, Editorial Board of Pravoye Delo e Shtekel c. Ucraina:

«The Internet is an information and communication tool particularly distinct from the printed media, especially as regards the capacity to store and transmit information. The electronic network, serving billions of users world-wide, is not and potentially will never be subject to the same regulations and control. The risk of harm posed by content and communications on the Internet to the exercise and enjoyment of human rights and freedoms, particularly the right to respect for private life, is certainly higher than that posed by the press. Therefore, the policies governing reproduction of material from the printed media and the Internet may differ. The latter undeniably have to be adjusted according to technology’s specific features in order to secure the protection and promotion of the rights and freedoms concerned».

La Corte per tale motivo non ha interpretato estensivamente le norme che in base al Press Act in vigore in Ucraina disciplinavano l’esonero dei giornalisti dalla responsabilità civile nel caso di riproduzione letterale di materiale pubblicato su stampa.

Tribunale di Varese, sent. 22.072013, n. 116:

«Dall’esame dei lavori preparatori, che come è noto risalgono all’Assemblea Costituente nella sua attività di legislazione ordinaria, emergono, nella seduta del 6 dicembre 1947, nell’ambito della discussione sull’art. 2 (attuale art. 1) della legge recante disposizioni sulla stampa, tre passaggi illuminanti: il presidente e relatore Cevolotto si preoccupa di richiamare – in termini di disciplina liberale da riacquistare – la L. 28 giugno 1906 n. 278, che limitava gli interventi repressivi “delle edizioni, degli stampati e di tutte le manifestazioni del pensiero”; lo stesso relatore segnala la modifica del testo nel senso di ritenere “stampa” qualsiasi riproduzione ottenuta non con “mezzi meccanico-fisici o chimici” bensì “meccanici o chimico-fisici”; il deputato Colitto chiede e ottiene che non si parli di “riproduzioni impresse” bensì, più largamente, “ottenute”. Tutto ciò segnala la volontà del legislatore di prevedere, a ogni buon fine, una disciplina che potesse tenere conto del superamento della pura e semplice “impressione con mezzi meccanici” (tale era la primigenia espressione del progetto di legge) di gutenberghiana memoria, rispetto ai progressi della meccanica, della fisica, della chimica; questo progresso ha oggi prodotto una forma di editoria, quella su Internet, del tutto identica (e in alcuni casi anche sostitutiva, con quotidiani on demand, su tablet, editati a domicilio e così via) a quella che produce caratteri impressi su carta; e del resto, a ben vedere, l’informatica e la telematica altro non sono che applicazione combinata di mezzi (di variazioni di stato) meccanici, fisici, chimici; in questo quadro interpretativo la L. 7 marzo 2001, n. 62, non è fonte di “rilettura” della L. 8 febbraio 1948, n. 47, bensì sopravvenienza coerente (nella sua equiparazione tra più prodotti editoriali) con un concetto di stampa idoneo ab origine a ricomprendere la sopravvenienza dei quotidiani o periodici – ora normalmente registrati e oggetto di benefici – su Internet. Se questo è vero, compete peraltro all’interprete attribuire a un sito Internet, sulla base di caratteristiche intrinseche e fenomeniche, nonché formali (la registrazione) la natura di “stampa”».

A commento della sentenza cfr. Rossetti S., Una sentenza di merito sembra eludere l’orientamento negativo della Cassazione in tema di responsabilità del blogger per le affermazioni diffamatorie provenienti dai frequentatori del sito, in penalecontemporaneo.it, 11 Giugno 2013.

Cass. civ., sent. 5.03.2012, n. 5525 – Pres. Spirito, Rel. Scarano

La Suprema Corte, che nell’ampia ed articolata motivazione ripercorre l’evoluzione del concetto di privacy e ne evidenzia la dimensione dinamica in rapporto alla cronaca giudiziaria ed alle specifiche peculiarità di Internet, afferma che: «Se l’interesse pubblico sotteso al diritto all’informazione (art. 21 Cost.) costituisce un limite al diritto fondamentale alla riservatezza (artt. 21 e 2 Cost.), al soggetto cui i dati pertengono è correlativamente attribuito il diritto all’oblio (v. Cass., 9/4/1998, n. 3679), e cioè a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultino ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati […] Il soggetto cui l’informazione oggetto di trattamento si riferisce ha in particolare diritto al rispetto della propria identità personale o morale, a non vedere cioè “travisato o alterato all’esterno il proprio patrimonio intellettuale, politico, sociale, religioso, ideologico, professionale” (v. Cass., 22/6/1985, n. 7769), e pertanto alla verità della propria immagine nel momento storico attuale. Rispetto all’interesse del soggetto a non vedere ulteriormente divulgate notizie di cronaca che lo riguardano si pone peraltro l’ipotesi che sussista o subentri l’interesse pubblico alla relativa conoscenza o divulgazione per particolari esigenze di carattere storico, didattico, culturale o più in generale deponenti per il persistente interesse sociale riguardo ad esse. Un fatto di cronaca può, a tale stregua, assumere rilevanza quale fatto storico, il che può giustificare la permanenza del dato mediante la conservazione in archivi altri e diversi (es., archivio storico) da quello in cui esso è stato originariamente collocato. […] Atteso che come sopra indicato il principio di finalità costituisce un vero e proprio limite intrinseco del trattamento lecito dei dati personali, emerge allora la necessità, a salvaguardia dell’attuale identità sociale del soggetto cui la stessa afferisce, di garantire al medesimo la contestualizzazione e l’aggiornamento della notizia già di cronaca che lo riguarda, e cioè il collegamento della notizia ad altre informazioni successivamente pubblicate concernenti l’evoluzione della vicenda, che possano completare o financo radicalmente mutare il quadro evincentesi dalla notizia originaria, a fortiori se trattasi di fatti oggetto di vicenda giudiziaria, che costituisce anzi emblematico e paradigmatico esempio al riguardo».

Corte europea dei diritti dell’uomo, 16.07.2013, n. 33846/07, Wegrzynowski e Smolczewski c. Polonia

La Corte si è trovata a dover valutare se, a seguito della dichiarata diffamatorietà di un articolo di stampa da parte dell’autorità giudiziaria, la sua immissione nell’archivio on-line del relativo quotidiano, rendendolo accessibile agli utenti della rete ed indicizzato in tutti i motori di ricerca, sia lesiva dell’art. 8 CEDU.

In primo luogo i Giudici di Strasburgo hanno ricondotto gli archivi on-line al campo di applicazione dell’art. 10 CEDU precisando che la loro finalità precipua è di assicurare un valido strumento educativo e di ricerca storica,. quindi, hanno individuato il punto di equilibro tra la necessità di tutelare anche nel cyberspace l’identità personale da attacchi diffamatori e la libera costituzione di archivi on-line, non nell’eliminazione dell’articolo, bensì nell’eventuale pubblicazione di una nota che dia conto dell’accertamento giudiziale del carattere diffamatorio.

Corte di Giustizia dell’Unione europea, 13.05.2014, C-131/12, Google Spain SL,Google Inc./Agencia Española de Protección de Datos (AEPD), Mario Costeja González

La vicenda ha inizio nel 1998: un quotidiano spagnolo pubblicava anche nella sua versione on-line la notizia relativa alla vendita tramite asta di alcuni immobili appartenenti al Sig. González, stabilita in seguito ad un procedimento esecutivo per debiti contratti con il sistema previdenziale. Undici anni dopo, nel 2009, il diretto interessato contattava l’editore della testata, chiedendo la cancellazione dell’articolo in quanto, nonostante il pignoramento effettuato nei suoi confronti fosse già stato interamente definito da svariati anni, cercando il proprio nome su Google tra i primi link indicizzati comparivano proprio quelli riguardanti tale vicenda. La richiesta veniva respinta pertanto il Sig. González si rivolgeva direttamente alla divisione spagnola del motore di ricerca, che chiamava in causa la sede californiana in quanto fornitrice del servizio. A metà 2010 il direttore dell’AEPD (Agencia Española de Protección de Datos) ordinava a Google Spain e Google Inc. la rimozione dei dati in questione dalle SERP (pagine dei risultati), ma il motore di ricerca chiedeva l’annullamento della sentenza impugnandola dinanzi al giudice.

Si è arrivati così alla decisione della Corte di Giustizia con la quale è stato riconosciuto a González il diritto alla cancellazione dei link considerati lesivi per la propria reputazione.

La Corte di Lussemburgo per argomentare il riconoscimento del diritto all’oblio ed attuare il corretto bilanciamento tra lo stesso ed il diritto all’informazione, ha utilizzato il criterio della “finalità del trattamento” e del “tempo trascorso”.

Posto che il gestore di un motore di ricerca esplorando Internet in modo automatizzato, costante e sistematico per il rintracciamento di informazioni nonché raccogliendo dati, estraendoli, registrandoli e organizzandoli nell’ambito di programmi di indicizzazione deve essere qualificato come «responsabile del trattamento di dati personali» ai sensi dell’art. 2 della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, i Giudici di Lussemburgo ne hanno dichiarato l’obbligo, in determinate condizioni, di sopprimere, dall’elenco dei risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, link verso pagine web pubblicate da terzi contenenti informazioni relative a tale soggetto.

Alla base di tale affermazione la costatazione del fatto che qualsiasi utente, digitando il nome di una persona fisica ottiene, grazie all’elenco di risultati forniti dal motore di ricerca, una visione complessiva strutturata delle svariate informazioni ad essa riferibili pubblicate in Internet. Questa sorta di tracciamento del profilo di un soggetto sarebbe impossibile o per lo meno molto difficoltosa senza l’attività del provider, che pertanto detiene un forte potere d’ingerenza sui diritti fondamentali alla vita privata e alla protezione dei dati personali. Quest’ultimi, a parere della Corte, devono prevalere sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca ma anche sull’interesse del pubblico ad avere accesso alle medesime informazioni fatta eccezione per i casi in cui, viceversa, l’ingerenza sia giustificata da ragioni particolari, quale ad esempio il ruolo ricoperto da tale persona nella vita pubblica. Pertanto, qualora i dati risultino inadeguati, non pertinenti o non più pertinenti ovvero eccessivi in rapporto alle finalità per le quali sono stati trattati il soggetto ha il diritto di richiedere, al gestore prima, e alle autorità competenti poi, che dei link verso pagine web siano cancellati dall’elenco offerto dai motori di ricerca.

Le informazioni quindi sopravvivono al delisting, il quale non incide sull’esistenza della notizia, bensì sulla sua “visibilità”, complicandone il reperimento da parte degli utenti.

Gli ISPs, nella specifica attività di motori di ricerca, avrebbero l’obbligo di garantire “the righ to be forgotten” degli utenti o meglio il loro diritto ad essere derubricati/de-indicizzati.

La portata innovativa della pronuncia si rinviene anche sotto l’aspetto dell’ampliamento dell’ambito applicativo della direttiva europea in materia di privacy. I giudici comunitari hanno infatti stabilito che l’applicazione della direttiva «non esige che il trattamento di dati personali in questione venga effettuato “dallo” stesso stabilimento interessato, bensì soltanto che venga effettuato “nel contesto delle attività” di quest’ultimo».

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